Il vestito da sposa rosso


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A lei sembrava un gioco. Sebbene avesse già tredici anni, giocava ogni giorno con i bambini delle altre tende. Incoscientemente aveva mantenuto quell’atteggiamento infantile verso il mondo, quei momenti in cui con l’aiuto della fantasia dal niente crei tutto l’universo.

Ormai erano nell’accampamento già da un anno. Prima vivevano in una tenda bianca, sufficientemente grande per una famiglia di nove persone, e solo il mese precedente gli era stato assegnato un prefabbricato che funzionava proprio come una vera casetta. Safiha dormiva in camera con due sorelle e quattro fratelli. Il padre e la madre dormivano in un’altra stanza dove c’era anche la cucina. Ogni giorno parenti o amici, che avevano conosciuto nell’accampamento, andavano a casa loro a bere il caffè.

Safiha una volta alla settimana con le sue sorelle andava a comprare dei chewing gum o un gelato in un negozio improvvisato, messo in piedi con quattro tavole. I prezzi del negozio erano più alti del dovuto. La merce veniva importata da scaltri commercianti in accordo con le guardie, e ad ognuna delle quali si doveva mettere un soldo in tasca. Di merce ce n’era sempre in abbondanza. Sulla “strada” principale che i medici francesi avevano denominato Champs-Élysées si trovavano banchetti con i pulcini, caffetterie, banchi per le spremute, fast food, botteghe di stoffe, gioiellerie e una biblioteca. Qui, all’imbrunire, le coppie facevano una passeggiata come se fossero in vacanza e non sulla sabbia rovente del terreno inaccessibile situato nel nord della Giordania. Di tutti i negozi per Safiha il più interessante era quello con i vestiti da sposa. Li guardava con le sorelle e fantasticava, come fantasticano le ragazzine, sul matrimonio con un principe azzurro. A dire il vero, non tanto sul matrimonio in sé per sé, quanto sulle nozze stesse e sul momento in cui finalmente avrebbe indossato il vestito da sposa. Si considerava matura. Il seno le si era sviluppato, le erano arrivate le mestruazioni.

Dei quattro vestiti da sposa tre erano bianchi e uno rosso. Osservava sempre quello rosso. Qualche volta non lo trovava perché la gente noleggiava i vestiti per le nozze, e le nozze venivano celebrate ogni giorno. Nell’accampamento nascevano addirittura i bambini, anche più di uno al giorno. Anche se il sole scottava e spaccava le pietre, lei andava davanti al negozio e fantasticava. Con l’indice si arricciava una ciocca dei suoi lunghi capelli neri.

Un giorno nella loro tenda era arrivato un uomo sconosciuto a prendere il caffè. Aveva un lungo vestito bianco, una sciarpa attorno alla testa e la barba nera curata e ben rifinita. Quello che lei aveva notato, quello che tutti avevano notato, erano le sue dita strapiene di oro e pietre preziose, gli anelli valevano probabilmente più del patrimonio di tutti i centocinquanta abitanti dell’accampamento messi insieme.

«Siediti bimba mia, vieni a conoscere Saad» le disse la madre mostrandole il suo posto sul tappeto nella cucina.

Suo padre, la madre, lo zio e due fratelli grandi stavano seduti in cerchio. Bevevano il caffè con l’halva, le sigarette, portate in dono dall’ospite, erano di prima qualità. Era un uomo sulla cinquantina, profumato, con il viso curato.

«Abbiamo visto il suo annuncio e pensavamo che potesse essere interessato. È proprio quella che sta cercando: capelli lunghi dritti neri, viso grazioso, intelligente, conosce i valori dell’Islam e soprattutto ama Allah. Guardi e valuti da solo, non sta a me parlare troppo. Gli occhi sono lo strumento migliore» disse il padre sotto i folti baffi.

L’ospite prese il tasbih, fece scorrere i grani tra le dita, digitò i tasti sul suo cellulare abbellito dalle gemme. Direzionò la camera verso Safiha e la fotografò. Stette in silenzio ancora per un po’ e disse:

«Gentile signore, mi auguro che faremo l’affare. In fin dei conti è mio dovere aiutare Lei e Sua figlia, aiutare il Suo popolo disgraziato. Soltanto, non facciamo le cose troppo in fretta.»

Anche se il dialetto della lingua araba che avevano usato si differenziava un po’, aveva capito tutto. La madre la teneva per mano e aveva le lacrime agli occhi. L’uomo poteva vedere negli occhi della donna la loro casa bruciata, la casa che avevano dovuto lasciare. Alcune valigie nelle quali avevano gettato alla rinfusa le loro cose ed erano andati via, per paura, non per il loro credo politico.

L’ospite aveva detto che sarebbe ritornato da loro nel giro di una settimana, che però nel frattempo potevano considerare chiuso l’accordo. Andandosene aveva infilato cento dollari nella tasca del capo famiglia in segno di ringraziamento. La sua tazza di caffè era rimasta intatta.

Nei giorni successivi la madre spiegava alla figlia: «Non sei più una ragazzina. Sai quanto è difficile per noi. Bimba mia, non preoccuparti. Hai visto il signore. È un uomo signorile, gentile e avrà tanta cura di te. Tutto questo sarà di grande aiuto soprattutto per te, ma anche per noi. Ha promesso di aiutare tutta la famiglia quando vi sposerete. Ci farà trasferire tutti in Arabia Saudita e saremo vicini. Ci vedremo spesso. Ha promesso a tuo padre di pagargli cinque mila dollari. Sai bimba mia, quanti soldi sono? Tuo padre non potrebbe guadagnarli in due anni nemmeno se potesse lavorare. Mettiamola così… Quante volte alla settimana vai in negozio? Immagina quante volte potrai andarci con quest’uomo. Puoi anche trasferirti in un centro commerciale perché lui quel centro lo può comprare. È un uomo di alto valore morale che è fedele ad Allah. Ma hai visto con che jeep è arrivato? Inoltre non la guida da solo, ha un autista e una guardia di corpo. Ad Amman ha un appartamento spazioso. Ha promesso che all’inizio vivrete lì, non sono nemmeno cento chilometri di distanza. Saremo vicini. Dopo, quando ci avrà procurato il permesso per attraversare la frontiera, sia tu che noi andremo nella nostra nuova casa. Andrà tutto bene» la madre parlava velocemente e con agitazione e Safiha ascoltava tutto sapendo di non poterci fare nulla.

L’unica cosa che aveva detto, era il desiderio che doveva avverarsi: «Compratemi il vestito da sposa rosso.»

Dopo una settimana Saad aveva varcato la soglia del loro prefabbricato. Questa volta nelle sue mani aveva regali per tutta la famiglia, cinque mila dollari per il padre e in un pacco speciale ben incartato il vestito da sposa rosso del negozio dell’accampamento.

«Hamdulillah» disse il padre stringendo la mano all’ospite e baciandolo sulla guancia.

Anche lui adesso, come alcuni dell’accampamento, avrebbe potuto finalmente assaporare la felicità e fare un passo avanti per uscire da questa situazione.

«Stasera andremo in appartamento, da me. Queste sono tutte le carte che garantiscono la nostra unione, e fra tre settimane tornerò a prendere voi e insieme partiremo per il sud» promise in modo categorico Saad, poi prese per mano Safiha e le accarezzò la guancia. «Da oggi sei mia moglie e mi prenderò cura di te. Andrà tutto bene» disse accarezzandosi il baffo e stringendo la mano a tutti i familiari.

L’auto alzava un’alta colonna di polvere mentre attraversava l’accampamento. Tutti si giravano verso di loro, ma Safiha guardava davanti non sapendo esattamente dove stava andando. Questo gioco si era svolto così velocemente che non era riuscita nemmeno a rendersi conto di cosa stesse succedendo. Le sorelle piangevano e anche la madre. Il padre era contento, ma aveva un nodo alla gola. “È solo una questione di sopravvivenza”, pensava fra sé e sé.

Nessuno vide né ebbe notizie di Safiha per i successivi tre mesi. La famiglia pensava che si fosse prolungata l’attesa per ottenere le carte. Il padre era andato perfino dall’amministratore dell’accampamento, che però non poteva farci niente perché tutto si era svolto a sua insaputa. «Che arabo saudita e che matrimonio?» continuava a ripetere davanti al padre.

Tutti erano in ansia, mentre spendevano quei dollari per l’acquisto di generi di prima necessità.

I pacchi degli aiuti umanitari non erano per nulla sufficienti.


Hrvoje Ivančić è nato a Zabok nel 1983. Si è laureato in storia all’Università di Zagabria. Durante gli studi comincia i suoi viaggi e pubblica i primi testi. Viaggia nei paesi del Vicino Oriente, dell’Africa e dell’Asia. Scrive dei reportage e dei libri di viaggio dalla Uganda, dal Congo, dal Sudan del Sud, dall’India, dal Pakistan e anche dalla Siria, devestata dalla guerra. Ha tenuto tante conferenze e ha partecipato a numerosi dibattiti su temi geopolitici, politici e antropologici. Per il romanzo “Dunavski blues” (Blues di Dunav) gli è stato conferito il premio letterario Rikard Jorgovanovic. Ha scritto anche il romanzo “Samsara – put na Istok” (Samsara – viaggio ad Oriente). Il libro di racconti “Za’atar” (2016) è il suo terzo libro.

 

Il vestito da sposa rosso (dal libro di racconti “Za’atar”)

Traduzione italiana: Andreja Mrkonjić

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A lei sembrava un gioco. Sebbene avesse già tredici anni, giocava ogni